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Siamo a fine 2012 ed è tempo di bilanci complessivi e di progetti per il nuovo anno: forse è per questo che abbiamo voluto chiudere l’anno alzando l’attenzione anche su un tema che come community non abbiamo mai toccato: il bilancio del ruolo delle donne in azienda.

Il 30 novembre come EmiliaIN  siamo stati ospitati da Alma Graduate School per confrontarci con un tavolo di donne che rappresentano ognuna un punto di vista differente sul tema.

Rosa Maria Amorevole, Consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, ci ha portato uno spaccato di considerazioni dal punto di vista istituzionale.

Il suo ruolo, poco conosciuto ai più, è quello di mediare nelle imprese quando si creano situazioni di conflitto e di discriminazione.

Parla di mediazione perché in effetti il conflitto non porta mai a nulla di costruttivo. Non sapevo che ci fosse questo ruolo e questo intervento e l’ho trovato molto interessante. Bello soprattutto scoprire che le Consigliere di Parità scendono in campo a misurarsi con imprese e dipendenti e non guardano i problemi dall’11° piano di un bel palazzo di vetro commissionando analisi come qualcuno potrebbe pensare.

Molto interessante il tema che ha aperto sulle quote rosa nei CDA aziendali: una legge oggi infatti impone che il 20% dei consiglieri siano di sesso femminile.

Durante la serata questo tema ha suscitato posizioni contrastanti tra le altre relatrici: chi contro per principio… perché i ruoli e le posizioni vanno riconosciute per meritocrazia.. chi, seppure sia concorde, sottolinea che questi cambiamenti se non vengono un po’ “spinti” rischiano di avvenire dopo decenni dall’avvio.

Rosa Amorevole ha però lanciato un’interessante provocazione al riguardo: il CdA è un organo con responsabilità certo ma il 20% non è un elemento influenzatore se non viene realmente accettato e valorizzato dal gruppo. Sarebbe molto più interessante se venisse imposta una quota rosa nei Collegi Sindacali: lì si che veramente si trova il potere di controllo e gli incarichi sono oggi monopolio di una rosa ristretta di professionisti. Inoltre, mentre nel CdA gli incarichi possono anche essere prestati senza compenso, il Collegio Sindacale è sempre a pagamento quindi questa posizione avrebbe un significato differente.

Accanto a lei è intervenuta Monica Monti – direttore del master MBA di Alma Graduate – che ha subito riportato dati per me inaspettati. Abbiamo parlato infatti del tasso di partecipazione femminile ai master: a fronte di un tasso che oscilla dal 50 al 77% di partecipazione femminile nei master post laurea, il dato crolla al 6-4% per i master executives rivolto ai lavoratori.

Ne ho parlato nei giorni successivi all’evento con il direttore risorse umane di un’importante gruppo modenese… ed il suo commento è stato assolutamente in linea con quello emerso all’evento “purtroppo nelle posizioni apicali che accedono ai master, la presenza femminile è ancora molto ristretta”.

Già è proprio questo uno dei punti salienti della serata: le donne ancora non sono riconosciute come parte dell’elite decisionale.

A questo punto però era importante ascoltare anche una testimonianza in controtendenza ed ecco salire sul palco Annalisa Malfatti che a 32 anni era già dirigente in TRE.

La sua storia parla di conquista sul campo, di successi e oggi è dirigente in una grande azienda che opera nell’industria cartaria.

5000 dipendenti, 67 dirigenti… 66 uomini e lei: donna che però oggi viene considerata “uno del branco”. Già perché se conquisti la fiducia, una volta che fai parte dell’elite dei decisori non sei più in discussione. Scusatemi se mi prendo la “licenza poetica” di parlare di branco ma un po’ la sensazione che ho provato è questa.. e alla fine della serata mi sono chiesta tra me e me “ma questa chiusura nei nostri confronti è perché non ci ritengono all’altezza o perché hanno paura di confrontarsi con una spinta al cambiamento?”

Dico questo non perché penso che “noi” donne siamo più brave o superiori… siamo semplicemente diverse: per noi il lavoro è una componente importante della vita ma forse il nostro retaggio ci porta prima o poi a metterlo su un piano di equilibrio con la vita privata.

Un uomo, suo malgrado, spesso sente il carico e il dovere di essere colui che procura il sostentamento alla famiglia per cui il lavoro, come un tempo il ruolo del cacciatore, è un ambito in cui si identifica completamente.

Per questo mi chiedo se forse non sia la paura del cambiamento a frenare l’ascesa femminile.. già perché si è parlato anche dell’equilibrio tra lavoro e vita privata.. tra maternità e paternità.

E se le donne alla fine riuscissero a risvegliare la parte più “casalinga” dell’uomo? Il desiderio di seguire la crescita del figlio con un impegno più ampio dell’ora serale e del week end?

Cosa succederebbe? Si dovrebbe forse ammettere che è possibile vivere diversamente? Dopotutto i movimenti Slow, il downgrading, tutte le forme di fuga da questa società non hanno un’origine economica bensì la qualità di una vita.

Già perché troppo spesso i nostri ritmi ci portano a non vivere, a comportarci come un criceto che in una gabbia di lusso corre per raggiungere risultati che altri hanno posto.. con assicelle sempre più alte.

Non è sempre così… ma spesso se si vuole far carriera bisogna entrare in questi meccanismi.

Durante la serata si è infatti anche parlato della sempre crescente esigenza di conciliare vita privata e lavoro.

Claudia Gatta – imprenditrice, ricercatrice e rappresentante delle Donne Dirigenti Cooperative di Confcooperative  – ha citato una ricerca sviluppata dalla sua società che in tre anni ha raccolto dati in merito…. Non con poca fatica visto che sono riusciti a creare gruppi di lavoro all’interno del mondo Cooperativo per effettuare queste ricerche… un mondo caratterizzato da un’età media alta (i giovani sono i quarantenni ed i senior hanno spesso superato l’età pensionabile) e da ruoli in settori storicamente maschili.

Oggi sempre più spesso le imprese sono chiamate a porsi questo problema e l’esempio più semplice da portare è proprio quello della maternità e della paternità che anche in Italia sta pian piano trovando spazio.

Anche Gloria Trevisani – imprenditrice  modenese e membro del comitato Impresa Donna di CNA – ha raccontato la sua esperienza di conciliazione.

“Beh, io ho dovuto affrontare subito il problema in prima persona: a tre anni dalla fondazione della mia azienda ho deciso di avere un figlio, per cui in fase di pieno start up”. Oggi la sua azienda, con un’alta presenza femminile, ha trovato un modello di flessibilità, inserendo  anche il lavoro a distanza, che permette alle sue collaboratrici di dare il massimo all’azienda e di riuscire comunque a viversi la famiglia e gli impegni.

Già perché nessuno di noi si domanda quanto possa calare l’attenzione e la produttività per un genitore che deve pensare ai tempi stretti per recuperare il figlio al doposcuola.

“Vero, ma se io permetto ad un dipendente di organizzarsi con flessibilità, mi trovo in un attimo ad avere una persona focalizzata ai suoi obiettivi per tutto il tempo in cui sta in azienda, fidelizzato e che influenza quindi positivamente il clima!”

Parlo volutamente usando un temine generico senza riferimento al genere, in quanto credo profondamente che questo tipo di preoccupazioni ed impegni privati e lavorativi siano comuni, oggi come oggi, tanto alle donne quanto agli uomini.

E’ proprio su questo pensiero che, dopo il delizioso buffet organizzato dalla Locanda del Tortellino di Castelfranco Emilia – oramai nostro partner fedele,  un gruppo di partecipanti ha lanciato il desiderio di proseguire con questi incontri di approfondimento.

Unica richiesta, anche dalla platea maschile, nei prossimi appuntamenti portiamo anche testimonianze al maschile!. perciò presto avrete di nuovo nostre notizie!ImageImage

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